25 giugno – Lecce – Museo Castromediano – Inaugurazione della mostra GIOVANNI VALLETTA – BRANDELLI

MUSEO CASTROMEDIANO
Polo Biblio-museale di Lecce

GIOVANNI VALLETTA – BRANDELLI
A cura di Massimo Guastella

Lecce, Museo Castromediano, 25 giugno – 30 agosto 2026

Sarà inaugurata giovedì 25 giugno 2026, alle ore 19, al Museo Castromediano, la mostra “Giovanni Valletta – BRANDELLI”, a cura di Massimo Guastella.

Un omaggio alla carriera del Castromediano all’artista, nato nel 1936 a San Cesario di Lecce, città dove vive e opera.

Scrive il curatore in una nota: “Nella ricerca intitolata “Brandelli”, Giovanni Valletta elabora una riflessione articolata sul rapporto tra frammento, spazio e memoria, collocando elementi plastici di colore nero all’interno di superfici preesistenti. Tali superfici – già compiute in precedenza e in origine configurabili come opere autonome – cessano di essere semplici supporti per assumere la funzione di veri e propri dispositivi spaziali, assimilabili metaforicamente a pareti. Su questi campi bianchi, talvolta modulati da lievi velature rosate atte a creare una distanza percettiva, i Brandelli si dispongono come entità in cerca di collocazione, quasi mossi da una tensione intrinseca verso uno spazio da abitare e rinegoziare. L’impianto compositivo rivela un orientamento verso una strutturazione di matrice geometrica, entro la quale l’accostamento e la sovrapposizione degli elementi producono un equilibrio dinamico. La pratica di assemblaggio, che l’artista stesso riconduce alle sue prime sperimentazioni maturate intorno al 2024 nel laboratorio di ceramica di Rossicone a Milano, si concretizza in una serie di manufatti modellati manualmente, ciascuno irripetibile. La successiva cottura ceramica conferisce loro una definizione materica stabile, rafforzandone la presenza plastica. I Brandelli si configurano dunque come frammenti plurivoci, aperti a diverse interpretazioni: possono essere letti come residui di memoria, lacerti di assenza, oppure come tracce di una condizione storica segnata dalla precarietà e dalla transitorietà. In altri casi, essi assumono forme prossime all’astrazione geometrica pura, pur mantenendo una libertà morfologica che li sottrae a una codificazione rigida”.

Le composizioni si articolano in serie variabili – talvolta costituite da uno, due o tre elementi – che instaurano un dialogo calibrato con la superficie di fondo. All’interno di questa sua grammatica visiva, Valletta prosegue una personale, consolidata indagine sugli abbinamenti tra materiali, forme e cromie eterogenee. L’introduzione di inserti cromatici, in particolare il rosso, contribuisce ad accentuare la dimensione plastica delle opere, configurandole come vere e proprie “pittosculture”. In filigrana, si può cogliere un’eco lontana delle esperienze dell’avanguardia russa – si pensi, ad esempio, alle costruzioni spaziali di El Lissitzky – sebbene tale riferimento rimanga implicito e rielaborato in chiave personale. Sul piano concettuale, la poetica dei Brandelli si radica in una riflessione sull’esperienza contemporanea della frammentazione.

Valletta, formatosi e maturato all’interno del Novecento storico, percepisce la dissoluzione di valori un tempo condivisi e la perdita di un orizzonte di senso unitario. Tale condizione si intreccia con una rinnovata percezione della conflittualità globale, oggi avvertita come prossima e tangibile anche nel contesto occidentale. In questa prospettiva, i Brandelli divengono metafore di un mondo in disgregazione, attraversato dal presagio di una catastrofe imminente, ma al contempo animati da un impulso verso la ricomposizione e il ristabilimento di un ordine possibile. Dal punto di vista estetico e processuale, queste opere si presentano come piccole sculture ceramiche, esito di un’elaborazione interamente manuale. Il gesto dell’artista – il modellare, plasmare, incidere la materia – torna al centro del discorso, riaffermando il valore di una pratica che affida alle mani la funzione primaria di espressione. In tal senso, il fare plastico diviene linguaggio, testimonianza diretta di un pensiero che si traduce in forma. Il ricorso al colore nero riveste infine un ruolo simbolico determinante. Esso è concepito come segno di rottura, indice di frattura e di crisi; evoca la distruzione e una negatività che tuttavia non è priva di ambivalenza, poiché contiene in sé una possibile valenza trasformativa. Il nero dei Brandelli si presenta quindi non solo come esito formale, ma come dispositivo concettuale capace di condensare tensioni storiche, esistenziali e linguistiche all’interno di una sintesi visiva coerente e profondamente evocativa. [MG]

Giovanni Valletta nasce nel 1936 a San Cesario di Lecce, dove vive e opera. La sua formazione prende avvio nel 1949 alla Scuola d’Arte di Lecce (già Regia Scuola Artistica applicata all’industria), sezione “ferro”, dove consegue il diploma. Suoi docenti sono Aldo Calò e Vittorio Bodini: con Calò nasce un rapporto extrascolastico, favorendo la sua maturazione, l’interesse verso la scultura e la padronanza delle tecniche artistiche.

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, frequenta Napoli, a cui lo lega l’amicizia con Nino Cappello. Nell’ambiente partenopeo, culturalmente dinamico, entra in contatto con artisti quali Vincenzo Gaetaniello, Antonio Borrelli e Augusto Perez, esperienze che consolidano il suo percorso formativo e lo aggiornano sulle istanze della ricerca plastica contemporanea. Le prime prove di Valletta si collocano ancora nell’ambito figurativo, ma risultano già permeate dal clima di intensa sperimentazione dell’ambiente napoletano, che lo indirizza gradualmente verso una riflessione più radicale sulle declinazioni linguistiche della scultura moderna.

La svolta si determina con la scoperta delle matrici novecentesche della forma plastica, in particolare attraverso il confronto con figure come Brancusi e Hans Arp. A partire da questa fase, l’artista concentra la propria indagine sul rapporto strutturale tra forma, materia e luce, sviluppando una ricerca fondata sulla sperimentazione dei materiali — marmo, bronzo, ottone e, successivamente, legno — e sulle loro potenzialità espressive e cromatiche. L’approdo all’astrazione non si configura come un distacco dal reale, bensì come una modalità più intensa e consapevole di tradurre percezioni, tensioni emotive e memorie del territorio.

In tale prospettiva si colloca anche il tema delle “piazze”, esito di una personale rielaborazione della storia e dell’identità del Salento, dove la luce e la pietra leccese diventano elementi generativi di una poetica che coniuga radicamento territoriale e linguaggio contemporaneo. Nella produzione più recente, la ricerca si è orientata verso una rinnovata attenzione alle strutture geometriche e volumetriche, d’una espressività formale astratta, favorita dall’impiego del legno, materiale più duttile e idoneo a una sintesi formale rigorosa, come attestano opere realizzate intorno alla metà degli anni Dieci e quelle ultime come la serie Brandelli .

Nel corso della sua attività, caratterizzata da un’intensa partecipazione espositiva e da un significativo riscontro da parte della critica, l’artista ha ottenuto un riconoscimento costante, che ne ha evidenziato la coerenza della ricerca e la capacità di integrare rigore formale, attenzione alla materia e riflessione sul rapporto tra opera e spazio e luce.

La mostra sarà visitabile fino al 30 agosto 2026.

Il Museo Castromediano è a Lecce, al n°31 di Viale Gallipoli // Telefono 0832 373572

Orario di apertura: 9.00 – 20.00 – Ingresso gratuito.