Dal 2 al 7 dicembre, Heba Y. Amin, in residenza a Lecce per il progetto Future – Image

MUSEO CASTROMEDIANO
Polo Biblio-museale di Lecce

Dal 2 al 7 dicembre, Heba Y. Amin, in residenza a Lecce
per il progetto Future – Image
Heba Y. Amin, Vincenzo Valente e il sogno dell’Oriente

Dopo l’avvio, nello scorso settembre negli spazi del Castello Risolo a Specchia (Lecce), paese d’origine del pittore Vincenzo Valente (1846 – 1889), il progetto “Future image. Heba Y. Amin e Vincenzo Valente, il sogno dell’Oriente” entra nel vivo con la residenza artistica dell’artista egiziana Heba Y. Amin che sarà nel Salento dal 2 al 7 dicembre per una ricognizione delle opere di Valente conservate dalla famiglia e di quelle che fanno parte del patrimonio del MUSEO CASTROMEDIANO. promotore del progetto selezionato tra i ventinove proposti nell’ambito dell’avviso pubblico PAC2025 – PIANO PER L’ARTE CONTEMPORANEA, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Il progetto, del CASTROMEDIANO, si realizza in collaborazione con KORA Centro del Contemporaneo e RAMDOM e si fonda sul dialogo tra l’artista egiziana Heba Y. Amin – una delle massime esperte di temi legati alla ricerca e alla rielaborazione in chiave critica e non europea del tema dell’Orientalismo – e le opere del pittore salentino Vincenzo Valente che, nella seconda metà dell’800, lasciò la terra natìa per spostarsi in Egitto, vivendo tra Alessandria e il Cairo.

Attraverso un periodo di residenza e ricerca al Castromediano, grazie alla disponibilità degli eredi, Heba Y. Amin potrà studiare da vicino la produzione pittorica di Vincenzo Valente, realizzando un saggio in forma di film e una serie di artefatti tecnologici – foto digitali e oggetti stampati in 3D – in cui, a partire dalla figura dell’artista italiano e della sua opera pittorica, verranno sollevati temi rilevanti e attuali sulla questione dell’orientalismo e la sua relazione con la dimensione tecnologica.

L’Orientalismo e la particolarità di Vincenzo Valente

L’Orientalismo si è sempre preoccupato di “esoticizzare” la cultura “dell’altro” sotto il dominio coloniale. I principali soggetti che vanno sotto la definizione di “orientalismo” sono i personaggi prodotti dalla fantasia europea, immagini che hanno contribuito a giustificare l’imposizione del dominio coloniale come una missione benevola. A causa dell’inaccessibilità del soggetto femminile nordafricano, ad esempio, gli artisti europei inventarono un ideale romantico delle donne native per adattarlo alle loro proiezioni ideali. Le immagini prodotte, anche attraverso la fotografia e la messa in scena della pittura orientalista, divennero uno strumento di propaganda per il progetto coloniale.

Diversa l’opera di Vincenzo Valente che riflette e restituisce un’esperienza vissuta capace di andare oltre il mero esotismo, con i suoi dipinti egli non si limitava a creare un’immagine “ultraterrestre” dell’Oriente, ma puntava a fermare le sottigliezze della vita quotidiana rendendo allo sguardo l’unicità, la bellezza e la profonda umanità dei luoghi e delle persone che li abitavano e vivevano.

I motivi della ricerca di Heba Y. Amin

Cosa significa quando un pittore orientalista si inserisce in una società e non la osserva più a distanza? Cosa ne è dello sguardo e come si esprime in modo diverso l’atto del vedere?

Queste le domande che Heba Y. Amin si pone con la sua ricerca, interessata a come l’Orientalismo, sia come “stile” che come periodo artistico insegnato per gran parte del XIX secolo in Europa, abbia influenzato i modi di vedere contemporanei e quelli futuri. Lo stesso Valente fu esposto e influenzato da questo stile durante i suoi studi a Napoli, motore di una spinta a trovare, con la scelta di trasferirsi in Egitto, una suo particolare punto di vista e di elaborazione artistica della sua personale esperienza di uomo e di artista.

Altro elemento di interesse è quello dell’immagine tecnologica come estensione dello sguardo orientalista. Cosa succede a un popolo che non ha alcun potere di autorappresentarsi, la cui assenza di autodeterminazione coincide con il momento critico in cui fu introdotta la produzione di immagini fotografiche? La fotografia, in particolare, ha svolto un ruolo cruciale nella formazione della conoscenza: le foto, infatti, continuavano a circolare e a plasmare la percezione europea degli altri attraverso la lente orientalista. Le autorità coloniali utilizzarono inoltre la fotografia per creare carte d’identità, registri di sorveglianza e dati antropometrici che facilitavano la gestione e il controllo delle popolazioni indigene. Queste pratiche fotografiche servirono a disumanizzare e oggettificare i popoli colonizzati, riducendoli a meri soggetti di indagine scientifica e controllo amministrativo.

Ancora oggi, constatiamo che i pregiudizi e le dinamiche di potere insiti nelle prime rappresentazioni fotografiche continuano a plasmare la cultura visiva. Non solo la percezione globale del cosiddetto Oriente è stata plasmata dall’Occidente per secoli, ma gli stessi sistemi categoriali utilizzati in passato per classificare e stereotipare i popoli emarginati vengono ora codificati negli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, perpetuando e amplificando i pregiudizi esistenti nelle tecnologie e nelle piattaforme di nostro uso quotidiano. È attraverso questa prospettiva che Heba Amin esplorerà l’opera di Vincenzo Valente riflettendo sui processi coloniali di produzione di immagini e sulle loro eredità dando vita a strategie tese a comprenderne la violenza della rappresentazione .

Heba Amin darà quindi vita a un’opera che intende riflettere sui processi coloniali di produzione di immagini e sulle loro eredità dando vita a strategie tese a comprendere la violenza della rappresentazione coloniale attraverso l’estrazione di dati dalle immagini.

Nota su Heba Y. Amin

L’artista Heba Y. Amin è nata nel 1980 al Cairo, la sua ricerca affronta temi politici approfondendo e raccontando storie, frutto d’indagini d’archivio, attraverso il linguaggio multimediale con film, fotografie, performance e installazioni. La sua ricerca artistica adotta un approccio speculativo, spesso satirico, per mettere in discussione narrazioni di “conquista” e “controllo”. Amin è Professoressa di Arte Digitale presso l’Accademia Statale di Belle Arti di Stoccarda, co-fondatrice del collettivo “Black Athena”, curatrice delle arti visive per la rivista “MIZNA” e attualmente membro del comitato editoriale del “Journal of Digital War”.

Ha ricevuto il Premio Hans-Molfenter 2025, Premio della Città di Stoccarda (Germania); il Premio per l’arte della città di Nordhorn 2022 (Germania); il Premio Sussmann 2020 per artisti impegnati negli ideali della democrazia e dell’antifascismo (Austria) e la Field of Vision Fellowship 2019 (New York). Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre, tra cui: “The Mosaic Rooms”, Londra (2021), “Eye Film Museum”, Amsterdam (2020), Museo “Quai Branly”, Parigi (2020), Museo “MAXXI”, Roma (2018), Biennale di Liverpool (2021), 10ª Biennale di Berlino (2018), 15ª Biennale di Istanbul (2017) e 12ª Biennale Dak’Art (2016), solo per citarne alcune. La sua pubblicazione “Heba Y. Amin: The General’s Stork” (a cura di Anthony Downey) è stata edita da Sternberg Press nel 2020. Le sue opere e interventi sono stati trattati da testate come “The New York Times”, “The Guardian”, “The Intercept” e BBC, tra gli altri.

Nota su Vincenzo Valente

Vincenzo Valente nasce a Specchia nel 1845; apprende le prime nozioni artistiche dal pittore Giuseppe Buttazzo. La assegnazione di un sussidio nel 1865, 1867 e 1868, da parte della Deputazione Provinciale di Terra d’Otranto, attesta che in questo periodo Valente studia pittura a Napoli presso il Reale Istituto di Belle Arti; nel capoluogo partenopeo frequenta anche gli ambienti della Scuola di Resina. Nel novembre del 1869 è in Egitto all’inaugurazione del Canale di Suez, dove per l’occasione realizza un dipinto per il chedivè Ismail Pascià. La fascinazione per l’Oriente è probabile conseguenza degli insegnamenti ricevuti nell’Istituto napoletano da Domenico Morelli, il quale tra i suoi interessi pittorici annovera anche il filone orientalista.

In Egitto vive tra Alessandria d’Egitto ed Il Cairo, dove apre un atelier e si fa apprezzare con lavori ispirati dai luoghi esotici in cui si muove. Appassionato di Opera nel 1871 realizza Gli animali cantanti del teatro dell’opera, un serie di caricature raffiguranti il direttore e gli artisti impegnati per la prima dell’Aida, commissionata a Verdi dal chedivè per inaugurare il nuovo teatro dell’opera del Cairo. Nella città egiziana sposa Josephine Garnier, dalla quale avrà un figlio: Giuseppe, cresciuto con i nonni paterni a Specchia. Valente trascorre anche dei periodi in Francia, ma al termine della relazione matrimoniale si stabilisce definitivamente in Egitto. Contratta una grave malattia epatica decide di rientrare in Italia fidando in cure adeguate; la sua speranza risulta vana poiché muore a Napoli nel 1889.