
| Giovedì convegno a Roma con Urso, Gualtieri e Malagò Roma. “Con la nuova presidenza di Donald Trump, gli Stati Uniti stanno accelerando verso un modello che molti osservatori definiscono capitalismo di Stato clientelare: un sistema in cui il mercato resta formalmente aperto, ma viene orientato dall’intervento pubblico attraverso dazi, sussidi selettivi, incentivi mirati e protezioni regolatorie a favore di settori e filiere considerate strategiche. È in questo contesto che va letta la scelta dell’Unione europea di rilanciare sul commercio internazionale regolato”. L’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A.. “L’accordo siglato il 17 gennaio ad Asunción (capitale del Paraguay) tra Ue e Mercosur – oggi rallentato dal rinvio alla Corte di giustizia Ue deciso dal Parlamento – riguarda un mercato che vale quasi il 20% del Pil globale. Nella stessa direzione si colloca l’intesa di libero scambio firmato ieri tra Ue e India a Nuova Delhi, che coinvolge circa 2 miliardi di persone e comporta 4 miliardi di euro in meno di dazi. Entrambi gli accordi rappresentano risposte alla nuova stagione dei dazi: non solo intese commerciali, ma mosse geopolitiche per diversificare i mercati, difendere l’export europeo e ridurre la dipendenza da Stati Uniti e Cina. Sarebbe però illusorio pensare che la risposta europea possa esaurirsi negli accordi commerciali. Il nodo resta interno e strutturale. In un mondo che torna conflittuale, l’Europa non può limitarsi ad aprirsi verso l’esterno se il sistema produttivo continua a esprimere fragilità profonde”. “Il problema – continua Livolsi – non è solo la complessità normativa del mercato unico, pur rilevante, ma la sottocapitalizzazione delle imprese, in particolare in Paesi come l’Italia. Gli indicatori europei lo confermano. Lo Scoreboard dell’innovazione 2025 della Commissione europea colloca l’Italia tra i Moderate Innovators, sotto la media Ue nei fattori della crescita di lungo periodo. Le serie storiche Ocse e Istat mostrano che il Pil per ora lavorata è cresciuto poco negli ultimi decenni, restando vicino ai livelli di metà anni Novanta, mentre Francia, Germania e Stati Uniti sono avanzati di più. Anche la spesa in ricerca e sviluppo resta inferiore ai principali partner europei, soprattutto nella componente privata. In questo scenario, il capitale di rischio diventa decisivo. Senza un rafforzamento strutturale della patrimonializzazione delle imprese – sostenuto da un quadro normativo coerente e da incentivi fiscali stabili – ogni strategia industriale rischia di restare incompleta. Il capitale di rischio non è solo uno strumento finanziario, ma una leva di autonomia, perché consente alle imprese di crescere dimensionalmente, investire in ricerca e competere sui mercati internazionali”. “Questi temi- conclude Ubaldo Livolsi- saranno al centro del mio intervento nel convegno ‘Le sfide dell’anno 2026/Imprese, innovazione e transizione: una nuova agenda per lo sviluppo’, in programma domani, giovedì 29 gennaio, a Roma, presso l’Università degli Studi Link. All’incontro interverranno, tra gli altri: Adolfo Urso, Alberto Barachini, Roberto Gualtieri, Paolo Savona e Giovanni Malagò”. |

