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12 marzo – Claudio Bisio al Verdi di Brindisi: autobiografia imperfetta

Marzo 12

Sala già piena e un titolo che porta in dote un lungo successo di pubblico:giovedì 12 marzoalle20.30Claudio Bisioarriva alNuovo Teatro VerdidiBrindisicon “La mia vita raccontata male”, monologo tratto dai testi diFrancesco Piccoloe diretto daGiorgio Gallione. Uno spettacolo nato nel2022, cresciuto replica dopo replica e oggi riproposto con un riallestimento che ne ha ridefinito tempi e struttura. Il progetto nasce da una silloge di scritti diPiccolo, racconti e frammenti ricomposti per la scena. Il risultato è una partitura per quadri, senza un andamento lineare, in cui l’infanzia, la giovinezza e l’età adulta convivono nello stesso spazio, legate da connessioni e ritorni più che da una sequenza cronologica.

Claudio Bisio – ph Marina Alessi

Il titolo fissa la regola d’ingaggio. Raccontarsi “male” significa rinunciare a una biografia ordinata, pulita. Il protagonista procede per deviazioni, inciampi, salti temporali, cambi veloci di prospettiva. Bisio racconta la sua vita attraverso una serie di episodi che si intrecciano per analogie, per risonanze, per piccoli cortocircuiti: il primo amore, le partite dei Mondiali, la televisione generalista, la scoperta della politica, la paternità, le scelte quotidiane, un perfido e divertente ping-pong tra vita pubblica e privata. Frammenti che appartengono a una storia personale ma che, messi in fila, restituiscono un immaginario comune.

«È un tentativo– ha detto lo storico presentatore diZelig–di attraversare la vita di una persona che assomiglia a me, ma anche a molti. Un divertimento malinconico, in cui mi riconosco al 98%. Il restante 2% riguarda la moglie del personaggio, una sdrammatizzatrice dell’umanità: la mia, nella vita reale, non è proprio così. Dentro ci sono i ricordi, perfino il momento in cui dico di essere diventato comunista al settantottesimo minuto di una partita tra Germania Est e Germania Ovest. Perché ho imparato che la vita è fatta così, di attimi che ti segnano anche quando non te ne accorgi. Come nei bastoncini dello shanghai, se togli quello che ti piace meno rischi di portarti via anche quello che ami di più».

In scenaBisioè affiancato dai musicistiMarco BianchiePietro Guarracino, che eseguono dal vivo le musiche originali diPaolo Silvestri. La loro presenza costruisce un controcanto che dialoga con la parola e accompagna il filo irregolare del racconto. La forma che ne deriva si avvicina al teatro-canzone, pur senza citazioni: la musica apre e chiude i quadri mettendone in risalto la cornice. La scena è ridotta all’essenziale. Sedie, televisori anni Settanta, libri impilati: un rimando visivo a una generazione che ha visto passare la propria epoca in tv. Oggetti che non creano il senso di ambienti realistici ma funzionano come segni, appigli materiali per la memoria. È una scelta che risponde alla drammaturgia: l’attenzione rimane sul racconto, sulla parola, sul rapporto tra attore e pubblico.

Sotto la superficie comica si sviluppa un tema più netto: il modo in cui costruiamo il racconto di noi stessi. La memoria seleziona, semplifica, a volte tradisce. Sì, perché in fondo ogni autobiografia non mostra che una versione, parziale e rivedibile. Da qui deriva anche la riflessione sulla fragilità: errori, goffaggini, scelte mancate non sono scarti da smaltire nella differenziata ma parti integranti dell’esperienza. Questo riconoscimento produce una forma di identificazione che attraversa la sala. La regia diGallionetiene insieme questi livelli con continuità. I riferimenti al contesto storico – dalla televisione degli anni Settanta alla politica degli anni Novanta – collocano il racconto in un tempo determinato al punto che la vicenda personale diventa storia generazionale, capace di parlare a pubblici diversi per età e formazione.

Ilsold outdiBrindisiconferma la capacità dello spettacolo di intercettare un interesse diversificato. “La mia vita raccontata male” arriva alVerdicome un lavoro rodato, tirato giù dallo scaffale di un interprete che tiene insieme ironia e consapevolezza. Un esempio di narrazione che usa la memoria come materia viva, fatta di frammenti che il teatro sa ricomporre in una storia comune al palco e alla realtà. Lo spettacolo si chiude con una battuta netta: «La vita non si vive come vuoi tu ma come vuole lei». Un promemoria che rimette le cose a posto, mentre il percorso prende pieghe impreviste. A quel punto resta una sola risposta possibile, più pratica che consolatoria: «E che sarà mai!». Non una fuga nelle certezze, ma un passo in avanti dentro ciò che accade.

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