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“TRIBUTE TO BENNY GOODMAN”, DUE CONCERTI IN PROGRAMMA MERCOLEDÌ 26 AL TEATRO ORFEO DI TARANTO E GIOVEDÌ 27 AL TEATRO ABELIANO DI BARI.

NEL CINQUANTENNALE DELLA SUA COSTITUZIONE, LA JAZZ STUDIO ORCHESTRA DIRETTA DA PAOLO LEPORE PROPONE “TRIBUTE TO BENNY GOODMAN”, DUE CONCERTI IN PROGRAMMA MERCOLEDÌ 26 AL TEATRO ORFEO DI TARANTO E GIOVEDÌ 27 AL TEATRO ABELIANO DI BARI.

Nel 2026 ricorrono i 40anni dalla scomparsa di Benny Goodman, avvenuta a New York il 13 giugno del 1986, figura cardine della musica del Novecento. Un anniversario importante, non solo per gli appassionati di jazz, ma per chiunque voglia comprendere come lo swing sia divenuto linguaggio universale. La Jazz Studio Orchestra diretta da Paolo Lepore, sceglie di rendergli omaggio con “Tribute to Benny Goodman” che non ha il sapore della commemorazione perché la musica di Goodman non appartiene al passato, ma a quel presente in continua oscillazione tra tradizione e modernità. Due i concerti previsti per questo straordinario musicista e compositore: mercoledì 26 al Teatro Orfeo di Taranto e giovedì 27 al Teatro Abeliano di Bari (biglietti disponibili su Vivaticket, info: 080.246.04.93).
“Goodman – commenta Lepore- è stato prima di tutto un clarinettista di rigore impeccabile, un virtuoso capace di muoversi con disinvoltura tra la brillantezza delle piste da ballo e le trasparenze cameristiche. Nella sua cifra stilistica -un suono lucido, scolpito, sempre controllato – si riconosce la tensione verso la perfezione che caratterizza i grandi dell’interpretazione. Ma sarebbe riduttivo rinchiudere Goodman nella dimensione del solista eccellente: il suo peso culturale va ben oltre”.
Negli anni Trenta, quando il jazz lottava per emanciparsi dall’etichetta di musica da intrattenimento, Goodman seppe portarlo nei luoghi della legittimazione, come la Carnegie Hall. Quel concerto del ‘38, considerato una delle pietre miliari della storia della musica americana, non fu soltanto un trionfo artistico: rappresentò l’ingresso del jazz nel pantheon delle arti “serie”, un passaggio simbolico che avrebbe segnato le generazioni successive.
C’è poi il capitolo, fondamentale, dell’integrazione razziale. Goodman fu tra i primi bandleader bianchi a circondarsi di musicisti afroamericani -Teddy Wilson, Lionel Hampton, Charlie Christian – in un’epoca in cui la segregazione non era solo un fatto sociale, ma una barriera culturale. La sua scelta non ebbe toni militanti, ma fu un gesto naturale per chi credeva che la musica dovesse essere giudicata esclusivamente per il suo valore. È in questi gesti non proclamati che si colgono i cambiamenti profondi.
“Riascoltare oggi Goodman significa ritrovare una eleganza metrica – conclude Lepore-, una cura timbrica e un senso dell’energia collettiva che restano esemplari. Lo swing, nelle sue mani, non era soltanto una pulsazione irresistibile, ma una vera architettura del movimento: frasi che si rincorrono, dinamiche che respirano, una scrittura orchestrale che bilancia libertà e disciplina. Qualità che la Jazz Studio Orchestra ripropone in questo tributo, riaffermando l’attualità di un linguaggio che continua a dialogare con il presente”.
Forse il merito più grande di Goodman è aver mostrato che il jazz può essere arte alta senza perdere la sua carica popolare, che la tecnica può convivere con la spontaneità, e che la tradizione, quando è viva, non limita ma libera. A quasi 40anni dalla sua scomparsa, il suo lascito appare più chiaro che mai: non un monumento immobile, ma un ponte tra mondi, tra culture, tra epoche. Uno swing che continua a vibrare.

