
«Foggia ha un debito di memoria verso Nicola Ciuffreda.
Sono trascorsi trentasei anni dal suo assassinio e credo che sia arrivato il momento di riportare pienamente la sua storia dentro la memoria pubblica della nostra città. Perché quella di Nicola Ciuffreda è stata per troppo tempo una ferita nascosta di Foggia. E il silenzio che per anni ha circondato quella ferita oggi è assordante.
Nicola Ciuffreda era un imprenditore edile. Era sottoposto a richieste estorsive enormi: prima due miliardi di lire, poi cinquecento milioni. La relazione della Commissione parlamentare antimafia, richiamando proprio gli atti del processo Panunzio, usa parole semplicissime e terribili: “Nicola Ciuffreda non si arrese, si rifiutò di pagare”. Il 14 settembre 1990 venne assassinato, colpito da otto proiettili mentre stava entrando nel suo cantiere insieme al figlio.
La sua morte non riguardava soltanto Nicola Ciuffreda. Aveva un significato che doveva essere compreso dall’intera città e, soprattutto, dal mondo imprenditoriale: alle richieste della mafia si doveva obbedire. Chi decideva di non piegarsi doveva sapere quale poteva essere il prezzo da pagare.
Questo rende la sua vicenda ancora più importante. Ciuffreda fu vittima della mafia in una Foggia nella quale l’antimafia sociale che conosciamo oggi ancora non esisteva: prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, prima che nel Paese maturasse una coscienza collettiva così forte contro le organizzazioni mafiose. Era molto più facile rimanere soli.
E poi c’è un’altra ferita che non possiamo rimuovere. L’omicidio avvenne il 14 settembre 1990. Già il 5 marzo 1991 l’indagine preliminare venne definita con una richiesta di archiviazione perché gli autori erano rimasti ignoti. Meno di sei mesi.
Si riuscì a individuare il responsabile del tentativo di estorsione, che venne condannato a quattro anni, ma si smise di cercare gli esecutori materiali e i mandanti dell’omicidio, chiudendo in tempi estremamente rapidi le indagini.
Una vicenda di questa gravità, riguardante un imprenditore sottoposto a estorsione e poi assassinato, difficilmente oggi potrebbe essere liquidata in così poco tempo senza percorrere ogni possibile strada investigativa.
E c’è un ulteriore elemento che rende doveroso continuare a interrogarsi. La Commissione parlamentare antimafia richiama espressamente, per la vicenda Ciuffreda, la sentenza della Corte d’Appello di Bari del 15 luglio 1997 relativa al processo Panunzio.
Condivido la richiesta di giustizia che da tempo il presidio di Libera dedicato a Nicola Ciuffreda e Francesco Marcone porta avanti, richiamando un passaggio di quella sentenza secondo cui l’uccisione di Nicola Ciuffreda era stata decisa dalle stesse persone che avevano poi, due anni dopo, ordinato di uccidere un altro imprenditore, Giovanni Panunzio.
Sono trascorsi trentasei anni. In questi decenni la conoscenza della mafia foggiana è profondamente cambiata. Ci sono stati processi, condanne, operazioni antimafia, collaboratori e testimoni di giustizia. Quella che allora non veniva ancora compresa pienamente come una mafia radicata e organizzata è stata successivamente riconosciuta come tale nelle aule giudiziarie.
Per questo credo che ricordare Nicola Ciuffreda oggi significhi anche porsi una domanda: esistono, alla luce di tutto ciò che è emerso successivamente, le condizioni per riaprire le indagini sul suo assassinio?
Non spetta alla politica individuare responsabili né sostituirsi alla magistratura. E sarebbe sbagliato farlo. Ma abbiamo il diritto e, credo, il dovere istituzionale di chiedere che venga verificato se gli elementi emersi nei trentasei anni successivi possano consentire una nuova valutazione investigativa.
Bisogna fare tutto ciò che è possibile per capire se quella pagina possa essere riaperta.
Perché la memoria non può essere soltanto commemorazione. Se esiste anche una sola possibilità di avvicinarsi alla verità, quella possibilità va esplorata dalle autorità competenti.
Nicola Ciuffreda non può diventare soltanto un nome pronunciato una volta all’anno. La sua storia racconta il momento in cui la mafia foggiana cercava di imporre con la violenza la propria legge all’economia della città. Racconta la solitudine di chi non accettò quella legge. E racconta anche una Foggia che allora non seppe reagire con la forza con cui avrebbe dovuto.
Una vittima della mafia non può morire due volte: una volta per mano dei suoi assassini e una seconda volta nell’oblio della propria città.
Per questo lunedì Foggia ricorderà Nicola Ciuffreda. Non per celebrare un rito, ma per restituirgli il posto che merita nella storia e nella coscienza della nostra comunità».
Giulio De Santis
Assessore alla legalità del Comune di Foggia
Giulio De antis

