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22 aprile – Al Verdi di Brindisi un viaggio nella new wave anni Ottanta

Lanew waveè stata una forma di immaginario, un modo di vivere glianni Ottantatra inquietudine e trasformazione.Mercoledì 22 aprileilNuovo Teatro VerdidiBrindisiaccoglie “New Wave ’80 Unplugged”, il concerto diRadici Music Factoryinserito nella rassegna “Verdi in Rock”. Biglietti disponibili alprezzo unico di 10 euro, online surebrand.ly/NewWaveUnpluggede al botteghino del teatrodal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13edalle 17.30 alle 19.30,il giorno dello spettacolo dalle 11 alle 13edalle 19 alle 20.30.Info 0831 562554ebotteghino@nuovoteatroverdi.com.


Il progetto è curato dai docentiFabio Rogoli,Patrizia Vigneri,Cosimo RomanoeVito De Lorenzi, che hanno provato a trasformare pezzi nati tra drum machine, sequencer e sintetizzatori in materia viva ed essenziale. L’idea alla base del concerto è capire che cosa resta di quelle canzoni una volta svestite della loro forma più riconoscibile. Gli anniOttantasono stati il decennio in cui la tecnologia ha riscritto il lessico delpop internazionale, imponendo nuovi timbri, nuove architetture ritmiche e una diversa idea di produzione. In questo paesaggio sonoro, lanew waveha saputo mescolare freddezza e pathos, stile e tensione, superficie glamour e inquietudine interiore: “New Wave ’80 Unplugged” sposta il baricentro dal dispositivo elettronico alla struttura del pezzo. È qui che il pop elettronico lascia il posto al calore del legno, delle corde e soprattutto della voce umana.
Il percorso della serata segue una geografia precisa. Si parte dalle atmosfere crepuscolari deiCure, dove il minimalismo delle linee di basso diventa il passo di una narrazione intima, e si arriva al genio poliedrico diDavid Bowie, figura che più di altre ha saputo trasformare il pop in una macchina di stile e reinvenzione. In mezzo scorrono i mondi diDuran Duran,Spandau Ballet,Tears for Fears,Eurythmics,Depeche Mode,Simple Minds,Billy Idol,Frankie Goes to HollywoodeCulture Club: artisti diversi tra loro ma accomunati da una stagione in cui la canzone pop si è fatta ricercata e teatrale. La scelta dell’unplugged, in questo contesto, è strutturale: laddove l’originale affidava parte della sua forza a synth, campionamenti e programmazioni, ora è la voce a sostenere la melodia, mentre il dialogo tra solisti, coro e strumenti acustici diventa l’elemento centrale del concerto.
Il programma restituisce questa linea di lettura. “Let’s Dance” diDavid Bowieporta subito in scena un brano che nella versione acustica può rivelare una dinamica più esposta, quasi più fisica. “Relax” deiFrankie Goes to Hollywoodconserva la sua energia provocatoria, spostata su un terreno più diretto e sfidante. “Shout” e “Everybody Wants to Rule the World” deiTears for Fearsmostrano due volti speculari della stagione new wave: da un lato la tensione ritmica, dall’altro una scrittura sospesa tra linearità pop e una sottile inquietudine. Con “Do You Really Want to Hurt Me” deiCulture Clube “Sweet Dreams” degliEurythmicsemerge uno dei contrasti più marcanti degli anniOttanta: una forma aperta e un’estetica costruita con precisione, attraverso la voce, l’immagine e il suono.
Con “Lullaby” deiCureil clima si fa più notturno, sospeso, quasi ipnotico, mentre “Don’t You Forget About Me” deiSimple Mindsriporta al centro una tensione collettiva, da grande anthem generazionale. “True” e “Through the Barricades” degliSpandau Balletaprono invece una zona più elegiaca e narrativa, in cui il fraseggio si fa più ampio e la voce ne raccoglie la tensione emotiva. “Eyes Without a Face” diBilly Idolesplora l’ambiguità e la frizione tra immagine e vulnerabilità, mentre “Save a Prayer” e “Ordinary World” deiDuran Duranmostrano la scrittura del gruppo britannico nella sua espressione più compiuta. “Strangelove” e “Personal Jesus” deiDepeche Mode, pezzi nati dentro una precisa estetica elettronica, sono ricondotti a una dimensione quasi primaria, fatta di pulsazione, voce e urgenza. “The Power of Love” deiFrankie Goes to Hollywoodchiude idealmente questo sorvolo con una delle grandi confessioni melodiche del decennio, in cui il tono epico si confronta con una nudità espressiva nuova.
Suonare inunplugged, qui, significa mostrare come un patrimonio apparentemente legato a un’estetica definita possa essere riattraversato dalle nuove generazioni senza diventare un oggetto da museo. Laserata del Verdiriapre il passato rimettendolo in circolo. Vedere giovani interpreti riappropriarsi di brani che hanno fatto la storia significa misurare in modo la capacità della musica di rigenerarsi attraverso il tempo, di cambiare pelle senza perdere identità.

