Intervento del Presidente di Confcom Carlo Sangalli all’evento di Confcommercio “InCitta’” sul futuro delle città e le economie di prossimità che si è aperto stamattina a Bari. 

Autorità, gentili ospiti, care amiche e cari amici, buongiorno a tutti.

Un saluto particolare al Sindaco Vito Leccese e al presidente Vito D’Ingeo della nostra Confcommercio Bari BAT. Grazie dell’ospitalità.

Un ringraziamento particolare va alla Camera di commercio, che con la sua presidente, la mia amica Luciana Di Bisceglie, ha costruito con noi queste due giornate.

Grazie, infine, a tutti voi che siete qui: rappresentanti delle istituzioni, della politica, delle associazioni, del mondo dell’accademia, imprenditori e cittadini.

Questa giornata è vostra, perché siete voi che vivete la città, alcuni di voi hanno delle responsabilità amministrative, tutti noi abbiamo la responsabilità di prendercene cura.

Un anno fa eravamo a Bologna. Oggi “inCittà” arriva a Bari, e, guardate, non è un caso.

Bari è una città di mare e di commercio, che ha fatto dello scambio la propria vocazione e che in questi anni ha ripensato profondamente i suoi quartieri e i suoi spazi pubblici. E questo splendido luogo dove ci troviamo è un bell’esempio di rigenerazione urbana.

Italo Calvino scriveva che “le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure”.

Le paure, purtroppo, sono emerse con drammatica violenza proprio in queste ultime settimane.

E’ impossibile ignorare infatti che i protagonisti di queste violenze sono giovani, giovanissimi, spesso figli di quello spazio “sociale” che sta tra i “neet”, ossia i giovani che non studiano e non lavorano, il buco nero fatto di chat estemporanee e realtà immaginata via social, e quelle periferie metropolitane che sono gli avamposti di una difficile integrazione.

Eppure noi vogliamo parlare anche dei desideri.

D’altra parte, in qualche modo, proprio il mondo che rappresentiamo, proprio le imprese del commercio, del turismo, dei servizi sono non soltanto le vittime delle devastazioni, ma anche l’antidoto alla rabbia, al vuoto esistenziale e alla incapacità sociale che quelle devastazioni denunciano.

Perché mettersi in proprio è una forma di autodeterminazione che combatte la rassegnazione e stimola l’integrazione. E il lavoro insegna a dare valore alle cose e al tempo.

Inoltre, i negozi e i servizi che popolano le vie sono la cura dei quartieri svuotati di senso e dei territori privi di presidio.

A Bologna, lo scorso anno, per Cities – e lo sa bene Enrico Postacchini – abbiamo proposto un patto per le città: pubblico e privato insieme. Questo patto può diventare un metodo di lavoro utile in ogni città italiana.

Un patto, però, vale tanto quanto la capacità che dimostra di tradursi in scelte concrete, verificabili, condivise.

Cities è un progetto calato sui territori, che fa dell’innovazione e della rigenerazione urbana il pivot della propria azione, tenendo in considerazione le diversità e la pluralità dei territori.

Le nostre città non hanno bisogno di soluzioni-fotocopia perché la grande ricchezza italiana sta proprio nell’articolata diversità dei luoghi.

Servono strumenti condivisi, in grado di declinarsi in modo diverso e flessibile sui territori.

Ciò detto, ci sono comunque almeno due numeri che diventano denominatori comuni tra le varie città italiane e che devono farci riflettere.

Il primo numero è quello che il nostro ufficio studi ci restituisce da anni. Cito l’ultimo dato disponibile: tra il 2012 e il 2025 in Italia sono scomparse 156 mila imprese commerciali.

Il secondo numero è fresco della scorsa settimana. Per la prima volta sappiamo quanti locali commerciali sono vuoti nel nostro Paese.

Parliamo di oltre 460mila locali commerciali sfitti, circa uno su sei, con dimensioni particolarmente preoccupanti nei piccoli comuni rurali e nel Mezzogiorno.

Anche perché questo numero va moltiplicato per un altro: quando un locale si svuota resta chiuso in media più di sette anni.

Tradotto vuol dire che i negozi non solo chiudono: chiudono e restano vuoti!

 E sono vuoti non solo economici, ma soprattutto nel tessuto delle comunità.

È in questo senso che parliamo di desertificazione commerciale, che guardate non è un problema di settore (quello che la Confcommercio rappresenta): è una questione di cittadinanza!

Perché un locale vuoto è anche reddito che non si produce, è un servizio che manca ai residenti, è un giovane imprenditore che rinuncia a rimanere perché intorno non c’è abbastanza vita.

Il nostro Ufficio Studi ha stimato che i locali sfitti costano al Paese circa 4,4 miliardi l’anno di canoni non percepiti, lo 0,2% del PIL.

C’è poi un valore che le imprese di prossimità producono ogni giorno e che non compare in nessun bilancio: la cura delle comunità, a partire dalla vivibilità alla sicurezza.

Chiediamoci allora cosa fa riaprire un locale. La risposta è: il contesto, la “città”, appunto.

Perché un negozio vive se ci sono persone che abitano in quella via, la attraversano, la trovano sicura, accogliente, facile da raggiungere.

In fondo, il nostro progetto Cities, parte proprio da questo: dall’idea di ricostruire le condizioni per cui le persone scelgono di vivere nei quartieri, di frequentarli, di comprare sotto casa.

Ricordo solo che l’acronimo Cities significa letteralmente “Città e Terziario: Innovazione Economia e Socialità.”

Ma personalmente a me piace pensare che significhi “Cambiare I Tempi Insieme E’ Semplice”.

E tutti noi, in fondo, siamo “i tempi”.

Le rappresentanze (vere e vive) delle imprese e le amministrazioni comunali, insieme alle altre istituzioni locali, possono e devono lavorare insieme, perché le condizioni che servono alle imprese per riaprire nessuno le può creare da solo, nei “nuovi tempi” e nei “nuovi spazi”.

La nostra proposta ai Sindaci, guardate, è in fondo molto semplice: lavoriamo insieme, con un Piano d’azione territoriale per la prossimità.

In questo Piano, il Comune decide, perché a lui spetta il governo della città.

Noi mettiamo a disposizione ciò che conosciamo meglio: le strade, i quartieri, i bisogni di chi vive e lavora lì ogni giorno.  E partendo da qui ci impegniamo a fare la nostra parte.

E questo è il senso delle città come bene comune, un patrimonio di tutti che va tutelato e valorizzato attraverso un impegno condiviso.

Proprio con questo spirito, vogliamo affidare agli amministratori un elenco di priorità e di azioni, con una iniziativa nazionale che abbiamo chiamato, laGiornata delle chiavi -Viviamo le città.

Come ho già ricordato ci sono quasi mezzo milione di locali commerciali sfitti, una emergenza economica e sociale che desertifica città e piccoli borghi. Crediamo nell’alleanza tra pubblico e privato, e così il 16 novembre consegneremo simbolicamente ai sindaci di tutta Italia le nostre chiavi con tre significati.

Le chiavi dei negozi chiusi che vogliamo riaprire.

Le chiavi dei negozi aperti che vogliamo restino sul mercato.

Le chiavi dei negozi nuovi che vogliamo rigenerino le nostre città.  

E per far tutto questo c’è, appunto, il progetto Cities-Confcommercio.

Ed è sempre con questo spirito di collaborazione che chiediamo di destinare un Fondo nazionale per i Comuni che scelgono di costruire un Piano d’azione con le rappresentanze di impresa del territorio.

È una proposta che condividiamo con l’ANCI, e guardo il Presidente Gaetano Manfredi che interverrà tra poco. Con ANCI collaboriamo fin dalla nascita del progetto Cities con il Protocollo d’intesa per la rigenerazione urbana: il Piano d’azione ne è la naturale declinazione nelle singole città.

La stessa prossima legge di bilancio può essere l’occasione per avviarlo

Guardate, sappiamo bene che le città negli ultimi anni, anche grazie al PNRR, hanno vissuto da protagoniste, con infrastrutture, scuole e quartieri rinnovati.

Le opere sono certamente importanti, per assicurare la qualità dei luoghi di vita e lavoro.

Le opere, tuttavia, sono necessarie ma non sufficienti a rendere un luogo vivo.

Deve esserci una strategia di lungo periodo che riconosca il ruolo delle imprese del terziario di mercato nella vita delle città e che sia alla base di programmi stabili e duraturi.

Anzi, a tal proposito, chiediamo di integrare l’agenda urbana nazionale con quella europea.

Un altro livello di governo che gioca un ruolo importantissimo in questa partita è infine quello regionale.

Sono le Regioni a regolare urbanistica e terziario di mercato, a partire dalle tante esperienze positive dei distretti del commercio.

Inoltre, le Regioni sono anche, la dico così, il punto in cui le città incontrano l’Europa, perché gestiscono buona parte dei fondi di coesione.

E proprio ora si sta decidendo come saranno quei fondi nei prossimi anni(dopo il 2027). Ringrazio il Vicepresidente Raffaele Fitto per l’attenzione che riserva sempre alle città e ai nostri settori nel suo importantissimo ruolo in tema di politica regionale e di coesione.

Ci auguriamo che il prossimo quadro pluriennale europeo conservi il riconoscimento delle economie di prossimità come priorità da finanziare.

Perché la coesione, prima che nei regolamenti, si misura sui territori. E si misura nella vita quotidiana delle persone.

Ed è proprio perché le persone sono la metrica più importante del nostro lavoro che abbiamo voluto dare la parola ai nostri imprenditori in questo appuntamento di inCittà.

Da chi ha riaperto un’edicola chiusa a chi ha recuperato un locale in un centro storico, a chi ha ancora scelto di investire nella propria realtà, dal Nord e dal Sud, da grandi città e piccoli centri, da quartieri urbani e aree rurali.

Sono storie diverse, ma hanno una cosa in comune: quando un luogo si ripensa e una vetrina riapre, ci guadagnano l’impresa, la città, il territorio e la comunità. Torna un servizio, torna gente per strada, torna la fiducia.

Sono la prova che la desertificazione non è un destino inevitabile, soprattutto se attorno a sé c’è un sistema che incoraggia la rigenerazione.

Ri-generazione, se ci pensate, è una parola bellissima che significa “generare di nuovo”, dare nuova vita all’esistente.

Ecco perché non esiste rigenerazione urbana che non sia anche rigenerazione umana, cioè che parta dall’uomo e abbia la capacità di trasformare la vita delle persone.

Concludo allora richiamando la Magnifica Humanitas, la prima Enciclica di Papa Leone XIV, che si ispira ad una immagine biblica.

Oggi abbiamo una scelta. da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare; dall’altro le rovine di Gerusalemme, che vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa.

La scelta, anche quando parliamo di città e territori, è quella cioè tra edificare “Babele” con il suo delirio di onnipotenza o ricostruire una Gerusalemme, dove ognuno si prende cura della sua parte di mura.

Ognuno si prende cura della sua parte di mura, di città, di comunità, di Paese.

Questo è il senso del progetto Cities.

Questo è il senso di continuare a lavorare tutti insieme.

Grazie per la vostra attenzione.