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Federico Buffa racconta Kobe Bryant | “Otto Infinito” al Verdi di Brindisi – 24 febbraio

C’è stato un uomo che non ha mai smesso di allenarsi, nemmeno quando aveva già vinto tutto.
Si chiamavaKobe Bryante a raccontarlo a teatro èFederico Buffa, uno dei più grandi storyteller sportivi in Italia.Martedì 24 febbraio, alle ore21, “Otto Infinito. Vita e morte di un Mamba”arriva aBrindisi, alNuovo Teatro Verdi: organizzato daAurora EventidiLivio Iaia, lo spettacolo unisce racconto, musica dal vivo e immagini per attraversare la vita e l’eredità di una delle più grandi leggende del basket mondiale. I biglietti sono disponibili online sul circuitoTicketOnee nei punti vendita accreditati. Una produzioneImartsper la regia diMaria Elisabetta Marelli; official broadcaster e main sponsor del tour,Sky Sport.


Otto capitoli scandiscono il racconto come stazioni interiori: l’infanzia italiana, tra spaesamento e formazione; l’adolescenza che brucia in fretta; l’All Star Gamedel 1998, quando il mondo capisce che qualcosa sta cambiando; leFinals, le vittorie, la gloria; e poi l’uomo, l’uomo prima dell’atleta, posseduto da un’idea assoluta del gioco. La forza del racconto sta nel modo in cuiBuffascava. Non c’è esaltazione facile, non c’è agiografia. C’è la fatica, c’è l’ossessione, c’è il lavoro quotidiano che diventa disciplina mentale. Il racconto procede come una lunga ipnosi collettiva. La voce passa dall’italiano all’inglese con naturalezza perché quella vita è stata attraversata da più lingue, più mondi, più appartenenze. E quando le parole non bastano, il corpo entra in scena:Buffamima un movimento, una postura, un arresto e tiro. Il campo appare davanti agli occhi senza bisogno di vederlo. Il pubblico riconosce quei gesti, li ha visti mille volte ma qui diventano segni, alfabeti emotivi. Intorno alla voce, la scena costruisce un ambiente essenziale e potentissimo. Il palco è buio, un occhio di bue isola il leggio come se fosse un altare laico. Il pianoforte diAlessandro Nidi, le percussioni diSebastiano Nidie il trombone diFilippo Nididialogano, commentano, contraddicono.
Ma a un certo puntoFederico Buffarallenta, scende sotto la pelle dell’atleta e va a cercare l’uomo. DiKobe Bryantha commentato centinaia di partite, lo ha visto dal vivo infinite volte, eppure dalla sua morte, quel26 gennaio 2020, non era riuscito a dire nulla. Solo un pensiero fisso:“quei pochi secondi in cui realizzi che stai per morire”. ComeGaetano Scirea, raccontaBuffa,“con una differenza enorme: Kobe non era solo, era con sua figlia. Non so se sia peggio o meglio”. Da lì nasce un silenzio lungo quattro anni e da lì nasce anche lo spettacolo, come“uno scongelamento lento, doloroso, necessario”. L’idea iniziale non era nemmeno il teatro: «niente teatri ma palazzetti dello sport», poi la forma cambia, prende un’altra direzione. Otto capitoli, come il numero di maglia e come l’infinito per attraversare una vita cheBuffadefinisce «da eroe greco, con conclusione da eroe greco».
In scena entrano anche le fratture più dure. L’accusa di violenza sessuale, affrontata senza sconti: «nello spettacolo tratteremo la questione. Lui ammise il rapporto, mai la violenza». E poi quell’istantanea che resta impressa: «si presentava in tribunale elegantissimo, per poi prendere un aereo e magari un’ora dopo essere in campo giocando una partita strepitosa». Un pomeriggio che può finire in carcere, una sera da quaranta punti. «Non è umano». Vittorie, cadute, ricadute: «la vita di Kobe è tutta così».
Buffaracconta un uomo contraddittorio, difficile da decifrare, che non segue schemi condivisi. «Tu l’uomo lo devi dedurre dalle azioni». Come quella ferita mai rimarginata con la famiglia, come l’amore perVanessa, nato contro ogni previsione, difeso fino alla rottura definitiva. «Kobe ha vissuto sette vite in una». È per questo, ammette Buffa, che resta «il personaggio più complesso che abbia mai raccontato. Nemmeno Maradona si avvicina». Alla fine resta una parola chiave, quella che attraversa tutto: ossessività. «Quell’ossessività mostrata da Jordan e portata agli estremi da Kobe». Una fame che non si placa, una dedizione che divora. Ed è forse da lì che nasce anche il racconto stesso, come ammetteBuffacon disarmante sincerità: «ho il devastante privilegio di poter raccontare delle storie che ascolterei».
“Otto Infinito. Vita e morte di un Mamba”è questo: un viaggio che usa il basket per parlare della condizione umana, della fame che spinge avanti, della lotta interiore che non concede alibi, della possibilità di spezzarsi e continuare. Un attraversamento ostinato e simmetrico. Perché, quando cala il sipario, qualcosa continua a girare dentro come una linea che non si chiude, come un otto che resta aperto. All’infinito.

