
Il WPC riunisce per la prima volta i principali produttori mondiali. In che modo questo incontro diretto può contribuire a migliorare le tecniche di coltivazione e la produttività globale del pistacchio?
Che produttori di diverse zone pistacchicole condividano lo stesso spazio per due giorni ha un valore che va oltre le relazioni. Il pistacchio è ancora una coltura giovane in molte regioni, tra cui la nostra, e buona parte di ciò che sappiamo l’abbiamo imparato osservando ciò che funzionava, e ciò che non funzionava, in altri Paesi. A Toledo questo apprendimento smette di essere indiretto. Un agricoltore della Mancia potrà chiedere a un produttore californiano come affronta l’alternanza di produzione, o a un produttore siciliano come mantiene la qualità su suoli poveri, e ricevere la risposta di prima mano.
Come cooperative ne siamo convinti: la produttività non migliora solo con la tecnologia, ma quando la conoscenza arriva in campo. Il nostro impegno è far sì che ciò di cui si parlerà a Toledo non resti nell’auditorium e raggiunga, attraverso i servizi tecnici delle cooperative, ogni singola azienda agricola.
La qualità del pistacchio dipende dalla genetica, dall’irrigazione e dalla gestione agronomica. Quali innovazioni scientifiche presentate a Toledo potrebbero essere adottate dai produttori internazionali per elevare gli standard qualitativi?
Non spetta a me anticipare il contenuto degli interventi, questo è compito degli scienziati, ma posso dire dove credo si trovino alcune delle chiavi. Nella genetica, la scelta di portinnesti adatti ai suoli calcarei e alle gelate, e di varietà il cui fabbisogno in freddo continui a essere soddisfatto con inverni sempre più miti. Nell’irrigazione, l’irrigazione in deficit controllato e l’uso di sensori e telerilevamento, che permettono di risparmiare acqua nelle fasi in cui l’albero lo tollera senza perdere raccolto né qualità.
E nella gestione agronomica, un aspetto che a volte si dimentica: la qualità si conquista in campo durante tutto l’anno, ma si può perdere in poche ore se il frutto non viene raccolto e lavorato in tempo. Tutto ciò che aiuta ad accorciare l’intervallo tra raccolta, smallatura ed essiccazione si riflette direttamente sulla qualità del prodotto.
Il congresso ospita aziende leader nella trasformazione e nella distribuzione. Quali opportunità vede per creare filiere più efficienti, ridurre i costi logistici e migliorare la presenza del pistacchio sui mercati globali?
La grande sfida di un settore che cresce così rapidamente è la frammentazione dell’offerta. Ci sono molti nuovi impianti, in gran parte di piccole o medie dimensioni, e se ogni produttore si presenta sul mercato per conto proprio, la filiera diventa più costosa e perde forza.
Qui le cooperative hanno un ruolo decisivo: concentrare i volumi, condividere gli impianti di smallatura, essiccazione, calibratura, stoccaggio e trasformazione industriale, offrendo alla distribuzione un approvvigionamento omogeneo e prevedibile. Quando trasformatori e distributori si siedono allo stesso tavolo con chi produce, nascono forme di collaborazione stabile e una pianificazione più razionale delle esigenze della filiera. E c’è un vantaggio che l’Europa non può lasciarsi sfuggire: produrre vicino al consumatore europeo accorcia le distanze e permette di presentare un pistacchio dall’origine riconoscibile.
La Spagna è oggi uno dei poli più dinamici del settore. Come può il WPC aiutare Castiglia-La Mancia a consolidare la propria leadership e, al tempo stesso, favorire una crescita equilibrata del mercato internazionale?
Castiglia-La Mancia concentra la maggior parte della superficie a pistacchio della Spagna e una parte importante di questi impianti non ha ancora raggiunto la piena produzione. Ciò significa che il meglio deve ancora venire e che dobbiamo prepararci.
Il congresso colloca la regione sulla mappa internazionale, ci mette in contatto con acquirenti, ricercatori e altre origini, e dà credibilità a un settore che non è più una promessa. Ma consolidare la leadership non può significare crescere a qualsiasi prezzo. Una crescita equilibrata richiede che la nuova produzione contribuisca ad ampliare il mercato: più consumo, più utilizzi e una maggiore presenza del pistacchio nell’alimentazione.
Non vogliamo competere soltanto sui volumi con le grandi origini tradizionali, ma anche sulla qualità, sulla sicurezza alimentare e sulla vicinanza al mercato europeo.
Molti Paesi produttori affrontano sfide comuni: cambiamento climatico, scarsità d’acqua, malattie fungine. Crede che il congresso possa facilitare lo scambio di soluzioni agronomiche e tecnologiche utili a tutti?
Ne sono convinto, perché sono problemi che non conoscono frontiere. Le gelate tardive, gli inverni con meno ore di freddo, la pressione sulle risorse idriche o le malattie fungine colpiscono i produttori di diversi Paesi, pur con sfumature diverse a seconda del clima e del suolo.
Quando un Paese trova una risposta efficace, che sia un modello di allerta precoce, un protocollo di gestione integrata o una varietà più resistente, è ragionevole che quella conoscenza circoli. La sfida è che lo scambio non si esaurisca con la chiusura del congresso.
Per questo apprezzo che il WPC abbia aperto un Comitato Consultivo a tutto il settore: è un modo per dare continuità al dialogo e trasformare un incontro di due giorni in una rete di lavoro stabile.
Il WPC riunisce anche i principali attori della distribuzione globale. In che modo questo dialogo può migliorare la trasparenza dei prezzi, la stabilità dei mercati e la competitività del pistacchio mediterraneo?
La trasparenza e lo scambio di informazioni sono fondamentali perché un settore in crescita possa svilupparsi in modo ordinato. Quando produzione, trasformazione e distribuzione condividono informazioni sulle previsioni, sulle esigenze e sull’evoluzione del settore, diventa più facile pianificare e prendere decisioni con una visione d’insieme.
Per il pistacchio mediterraneo c’è inoltre una questione di competitività: non possiamo pensare di differenziarci soltanto per volume, ma anche per origine, qualità e tracciabilità. E in questa strategia l’organizzazione dei produttori è fondamentale, perché permette di concentrare l’offerta, migliorare la capacità di risposta e stabilire relazioni più stabili con il resto della filiera.
La presenza di UC Davis e di esperti internazionali offre un forte contributo scientifico. Quali risultati concreti si aspetta in termini di miglioramento varietale, sostenibilità e gestione delle risorse?
Sarebbe poco serio promettere risultati in due giorni; il miglioramento varietale si misura in decenni. Ciò che mi aspetto, invece, sono impegni di collaborazione.
La ricerca californiana è un riferimento mondiale per il pistacchio e buona parte delle conoscenze che applichiamo proviene da lì, ma le nostre condizioni non sono quelle della California: suoli, clima e disponibilità d’acqua sono diversi. Per questo vorrei che dal congresso nascessero linee di lavoro comuni con i centri di ricerca della nostra regione e del resto del Mediterraneo: prove condivise di varietà e portinnesti, protocolli di irrigazione adattati alla scarsità d’acqua e indicatori di sostenibilità comuni.
Se tra qualche anno potremo dire che alcune di queste collaborazioni sono nate a Toledo, il congresso avrà raggiunto ampiamente il suo obiettivo.
Il pistacchio è un prodotto di alto valore economico. Crede che il congresso possa favorire la creazione di standard internazionali condivisi per certificazioni, qualità e tracciabilità?
Può essere un buon punto di partenza, a patto di essere realisti. Esistono già riferimenti internazionali in materia di norme commerciali e di limiti di sicurezza alimentare, ma per qualità, tracciabilità e sostenibilità c’è ancora disparità di criteri tra origini e mercati.
Un prodotto di alto valore ha bisogno di regole chiare: che cosa si intende per qualità, come si certifica l’origine e come si garantisce che ciò che dice l’etichetta corrisponda a ciò che c’è nella confezione. Le cooperative di Castiglia-La Mancia lavorano già con sistemi di tracciabilità a partire dall’appezzamento, e saremmo lieti di mettere a disposizione questa esperienza.
Avanzare verso criteri comuni può tutelare il consumatore, ma anche il produttore che rispetta gli standard e punta a fare le cose per bene.
Le grandi aziende globali del settore partecipano al WPC. Quali partnership industriali o commerciali potrebbero nascere da questo incontro e come potrebbero incidere sulla distribuzione mondiale del pistacchio?
Non mi azzardo a fare nomi, ma posso indicare quali tipi di alleanze avrebbero più senso. In primo luogo, accordi di fornitura stabile tra organizzazioni di produttori e aziende di trasformazione, che diano sicurezza a entrambe le parti. In secondo luogo, collaborazioni nell’innovazione tra imprese e centri di ricerca, dalla lavorazione fino allo sviluppo di nuovi prodotti.
E in terzo luogo, un ambito in cui altre origini sono più avanti di noi: la promozione congiunta dei consumi. Il mercato del pistacchio ha ancora molta strada da fare e crescere insieme può essere più efficace che contendersi lo stesso cliente.
Se queste alleanze si consolideranno, potranno contribuire a una filiera più connessa e diretta, con le origini mediterranee che acquisiscono peso nell’approvvigionamento del mercato europeo.
Toledo diventerà per due giorni la capitale mondiale del pistacchio. Secondo lei, qual è il principale beneficio che il congresso porterà al settore nei prossimi anni: più qualità, più innovazione o una filiera globale più integrata?
Se devo scegliere, scelgo una filiera globale più integrata, perché è la condizione affinché le altre due arrivino davvero al produttore.
L’innovazione che non viene trasferita resta in laboratorio, e la qualità che il mercato non riconosce né valorizza finisce per essere disincentivata. Una filiera integrata, in cui ricerca, produzione, trasformazione e distribuzione si conoscono e collaborano, permette che un progresso scientifico si trasformi in un raccolto migliore e che un raccolto migliore si traduca in un prodotto di qualità superiore.
È questa, per me, la grande eredità che Toledo può lasciare: che il settore del pistacchio inizi a funzionare come una comunità internazionale e non come una somma di origini che competono senza conoscersi.
Bronte e Stigliano hanno una lunga esperienza nella gestione di terreni con maggiori difficoltà agronomiche: vulcanici, calcarei e aridi. Anche Castiglia-La Mancia sta sviluppando la coltivazione del pistacchio in terreni meno adatti ad altre colture. Quale importanza strategica ha condividere queste conoscenze?
Un’importanza molto strategica, e in entrambe le direzioni. Bronte e Stigliano dimostrano qualcosa di fondamentale per noi: che un terreno con maggiori difficoltà agronomiche non è condannato a produrre poco valore, e che l’origine, la qualità e il saper fare possono trasformare un territorio difficile in un prodotto riconosciuto.
In Castiglia-La Mancia il pistacchio è diventato un’alternativa concreta in terreni dove altre colture avevano una redditività molto limitata, e questo ha un effetto diretto sull’attività economica e sulla popolazione dei nostri paesi.
Noi possiamo imparare dall’Italia come si costruisce valore sulla singolarità di un territorio; l’Italia può trovare nella nostra esperienza spunti su scala, meccanizzazione e organizzazione cooperativa. Condividere queste conoscenze è la base di qualcosa che ritengo necessario: un’alleanza mediterranea del pistacchio.

